Diario di viaggio, progetto Memobus 13 - 17 marzo 2026
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Abbiamo cercato di scrivere un diario di viaggio, certo non tutte le date e le tappe sono state coperte, ma questi testi sono profondamente intimi e legati a ciò che abbiamo provato, ad oggetti, immagini e sensazioni che ci hanno spinto a scrivere.
Per questo motivo va il nostro grazie all’Associazione QuarantasetteZeroQuattro di Gorizia che da anni organizza questo progetto che caratterizza l’offerta formativa delle scuole superiori di secondo grado del Friuli Venezia Giulia, alla collega Elisa Lazzaro che si è spesa e attivata per introdurre questo percorso esperienziale e contemplativo, nel senso laico del termine, nella nostra scuola, al Dipartimento di Italiano che lo ha accolto e fatto proprio e soprattutto agli otto ragazzi che hanno vissuto questi giorni e che sono stati i primi, spero di una lunga serie.
Trieste (risiera di San Sabba), 13 marzo
Là dove si trovava la pancia della fornace del forno crematorio ora ci sono una serie di pannelli di metallo, come l'orma di un mostro che non si vuole dimenticare.
Una bestia che bruciò dai duemila ai cinquemila corpi di nemici politici in un arco di tempo che andò dal '43 al '45, da quando queste terre divennero parte del Reich del terrore che sconvolse l'Europa con l'idea di cancellare intere civiltà di marginali, perché ciò che vive ai bordi, ciò che è diverso, è un reietto, un nemico per chi si arroga un'idea di ortodossia e interezza.
Per questo motivo un universo umano fatto di comunisti, socialisti, liberali e cattolici italiani, insieme a sinti e rom, ebrei e slavi, venne arrestato nei rastrellamenti di villaggi e paesi dell'Alto Adriatico, rubricato come nemico da torturare ed eliminare. Una resistenza esistenziale prima ancora che politica, che andava sradicata da terre che dovevano essere redente.
La Risiera di San Sabba a Trieste, con le sue pietre rosse e le travi oscurite, conserva tante storie bruciate con gli archivi e distrutte dalla ritirata nazista dal territorio italiano: un nodo di quel sistema della morte che con questo viaggio tenteremo parzialmente di ricomporre. Tanti punti sulla mappa dell'Europa, e le linee ferroviarie che li legano tra loro, sono le ferite che questo continente si porta addosso, ferite che solo la memoria ci permette di leggere, fare nostre e tentare di capire.
Giuseppe Losapio, docente accompagnatore

Cracovia (Schindler’s Factory Museum), 15 marzo 2026
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Il buio che resta C'è un tipo di silenzio che non appartiene all'assenza di suono. È qualcosa di più fisico, più denso — si deposita sulle spalle come polvere, entra nei polmoni con ogni respiro. Lo si trova in certi luoghi del mondo, quei luoghi dove la storia non è finita davvero, dove continua a respirare tra le pareti, dentro le vetrine, sopra i pavimenti consumati da milioni di passi che non sono tornati indietro. L'ho incontrato a Cracovia, al Museo della Fabbrica di Schindler, e poi di nuovo — più pesante, più freddo — ad Auschwitz-Birkenau. Non pensavo che sarebbero stati gli oggetti a colpirmi di più. Pensavo che sarebbero state le fotografie alle pareti, le testimonianze scritte, i numeri — quei numeri enormi che la mente umana non riesce davvero a contenere, e che scorrono via come acqua su un vetro cerato. Invece no. Sono stati gli oggetti. Piccoli, fermi, indifferenti alla propria storia. Ed è proprio questa la loro forza: non sanno quello che sanno. |
Il cappello era posato su un vecchio mobile di legno scuro, senza protezioni. Nessun vetro, nessuna teca. Stava lì, a portata di mano quasi, come si lascia un cappello qualunque quando si rientra a casa. Nero, con il bordo rigido e il cordoncino intrecciato — argento e bianco sporco, ormai. Sul pannello anteriore, due emblemi: in alto, un'aquila con le ali spiegate; sotto, al centro della fascia nera, un teschio. Piccolo. Quasi decorativo, da quella distanza. L'assenza del vetro era la cosa più inquietante. Non c'era nulla che separasse me da quell'oggetto. Nessuna distanza ufficiale, nessuna mediazione museale. Era solo lì.
Mi sono avvicinato.
Il tessuto aveva ancora una sua consistenza, una sua presenza. Non era sbiadito nel modo in cui sbiadiscono le cose abbandonate — era ancora scuro, ancora compatto, ancora autorevole. La visiera lucida rifletteva debolmente la luce della sala. Il cordoncino era consumato ma integro. E il teschio — il Totenkopf, il simbolo delle Schutzstaffel — era lì, perfettamente al suo posto, come se non fosse mai passato un giorno.
Ho pensato: qualcuno lo ha indossato. Una testa umana è entrata in questo cappello ogni mattina, per anni. Mani umane lo hanno sollevato, appoggiato, pulito. Una mente umana — con i suoi sogni, le sue abitudini, forse una famiglia, forse una passione per la musica o per la caccia — aveva deciso di portarlo con orgoglio. E da sotto quella visiera erano stati emessi ordini.
Non riesco a scrivere quali ordini, non perché non li conosca, ma perché metterli in fila su una pagina li trasforma in cronaca, e la cronaca non rende. Quello che posso dire è che le storie degli ufficiali delle SS in servizio a Birkenau non appartengono alla categoria delle cose che si dimenticano facilmente. Le scommesse, le esecuzioni casuali, le gerarchie della crudeltà — tutto questo esisteva sotto cappelli come quello. Era lì, ordinato e quotidiano, come un'uniforme.
Mi sono scostato.
Oświęcim (Auschwitz I), 16 marzo
Il giorno dopo, ad Auschwitz, c'era freddo. Non il freddo di marzo che si conosce in città — era un freddo piatto, senza vento, che non pungeva ma avvolgeva. I blocchi di mattoni rossi si ripetevano in fila, identici, su un terreno che non aveva nulla di naturale nel modo in cui giaceva lì, troppo silenzioso, troppo piatto.
All'interno di uno dei blocchi, si accedeva a una stanza chiusa — quasi una camera separata dal resto, con luce artificiale e pareti grigie. Al centro della stanza, o quasi, c'era un plastico in scala di Auschwitz-Birkenau: bianco, preciso, asettico. Figurine bianche rappresentavano le persone — file ordinate che entravano negli edifici, la struttura delle camere sezionata e visibile dall'alto come in un disegno tecnico. Accanto al plastico, fotografie d'epoca dei crematori. E in un angolo, su un piedistallo grigio con una lastra di vetro trasparente, un vassoio con dei granuli bianchi. La scritta sul pannello: CYKLON B / ZYKLON B. 
Essere in quella stanza significava vedere tutto insieme: il progetto, l'esecuzione, e il mezzo. Lo strumento accanto alla mappa di come veniva usato. Non c'era modo di guardare i granuli senza che l'occhio cadesse sul plastico, e viceversa.
Sono rimasto fermo davanti a quei granuli per un tempo che non so quantificare.
Non c'era quasi nulla da vedere, in senso stretto. Non c'era sangue, non c'erano tracce visibili di nulla. Solo quei pezzetti di materiale inerte, disposti alla rinfusa su un vassoio, fermi sotto la luce artificiale del museo. Qualcuno aveva deciso di esporne una quantità minima — quanto ne stava su un vassoio, appunto. Non tonnellate, non la vastità dell'orrore. Solo quel poco. Forse era una scelta precisa: che bastasse.
Il Zyklon B era stato brevettato come pesticida. Serviva a uccidere i pidocchi nelle stive delle navi, a proteggere i magazzini di grano. Era una sostanza commerciale, venduta in confezioni con tanto di istruzioni d'uso. A un certo punto, qualcuno aveva avuto l'idea.
Non voglio scrivere l'idea perché chiunque legga sa già di cosa si tratta, e mettere in fila le parole tecniche della procedura farebbe diventare tutto meccanico, e non è questo il punto. Il punto è stare davanti a quei granuli e rendersi conto che tra loro e quello che è successo non c'è un salto logico enorme. C'è solo un'idea. Un ordine. E uomini che hanno eseguito.
C'è una cosa che non mi aspettavo di scoprire: il gas non si attivava con un meccanismo artificiale. Erano i corpi stessi, la loro temperatura, il calore di centinaia di persone ammassate in uno spazio chiuso, ad accelerare il rilascio del cianuro dai granuli. Il calore umano era il grilletto.
Quando ho letto questa cosa, in uno dei pannelli informativi, mi sono congelato. Non per un secondo — sono rimasto lì, pietrificato a guardare il pavimento, che era un pavimento normale di cemento grigio, e ho aspettato che qualcosa tornasse al suo posto dentro di me. Non so se ci sia tornato. Forse certe cose non tornano al loro posto, e forse è giusto così.
Due oggetti, due giorni, due pesi diversi che però appartengono alla stessa catena.
Il cappello sta in cima — è il comando, è la forma visibile dell'autorità, è il simbolo che organizza e legittima. Ha ancora una sua dignità formale, nel senso più distorto del termine: è ben fatto, è bello quasi, ha la coerenza estetica di qualcosa progettato per essere indossato con fierezza.
I granuli stanno in fondo — sono l'esecuzione, lo strumento, la materia senza volto. Non hanno forma militare, non hanno gerarchia. Sono solo lì.
Tra il cappello e i granuli c'è tutto quello che l'Europa del Novecento ha prodotto di peggio, condensato in una catena di decisioni prese da persone che ogni mattina si alzavano, facevano colazione, indossavano un cappello, e andavano al lavoro.
Questo, forse, è ciò che non riesce a passare — non la mostruosità astratta, quella è quasi gestibile. È la normalità concreta: il cappello che sta sul legno come un cappello qualunque, i granuli che sembrano ghiaia da giardino. La storia non ha lasciato tracce visibili sulle cose. Le cose restano innocenti nell'aspetto, e portano tutto il resto dentro.
Ecco perché certi musei vanno visitati in silenzio, e perché quel silenzio poi continua a seguirti — nei corridoi dell'albergo, sull’autobus del ritorno, nelle strade normali di una città normale — molto più a lungo di quanto si pensasse.
Mario Redolfi-Riva, 5AET
Oświęcim (Auschwitz I), 16 marzo
L’inganno più crudele
Quando, nella cupa e nebbiosa mattinata del 16 Marzo 2026, siamo arrivati davanti al cancello di Auschwitz I, la prima cosa che ho fatto è stata alzare il telefono e scattare questa foto. Lo faccio spesso quando non so come reagire a qualcosa: mi nascondo dietro l'obiettivo, come se inquadrare la realtà la rendesse più gestibile. Ma questa volta non ha funzionato. Perché anche attraverso lo schermo del telefono quelle parole erano lì, ben leggibili nel ferro nero: “Arbeit Macht Frei”. Il lavoro rende liberi. 
Le conosco da anni, ovviamente. Ne ho sempre sentito parlare e le ho viste più volte nei video, ma vederle dal vivo è un'altra cosa. È come quando leggi la trama di un film dell'orrore e pensi di essere preparato, e poi lo guardi e ti spaventi lo stesso. La conoscenza di una cosa non ti protegge dall'impatto emotivo di viverla.
Il cancello è il dettaglio su cui voglio soffermarmi, perché è quello che più mi ha colpito e che continua a tornarmi in mente anche adesso che sono tornato a casa. Non è grande come me lo immaginavo. È quasi artigianale, con quelle lettere forgiate una per una nel ferro. E proprio questa cosa, il fatto che qualcuno le abbia costruite a mano, lettera per lettera , mi ha dato un senso di fastidio fisico, quasi di nausea, ma al contempo ho notato un dettaglio, impercettibile per molti, che mi ha risollevato il morale: nella scritta la B è capovolta, il che mi ha fatto pensare che qualche prigioniero, addetto alla sua saldatura, l'abbia girata volutamente come segno di rivalsa o ribellione, il che vuol dire che quelle persone, nonostante tutto, avevano ancora la forza più importante di tutte, la speranza. Sono entrato nel campo pensando a questa lettera capovolta. È un dettaglio piccolo, ma forse è per questo che mi sembra importante: perché in un luogo costruito per cancellare ogni individualità, ogni traccia di persona, quella lettera sbagliata dice che qualcuno c'era. Che ha pensato, che ha scelto, anche solo per un secondo, di non obbedire completamente a quelle tremende atrocità.
Quelle parole, purtroppo, erano una bugia. Una bugia deliberata, pianificata, costruita apposta per ingannare chi entrava. I deportati arrivavano dopo giorni stipati nei vagoni dei treni, senza acqua, senza spazio, senza sapere dove stavano andando, alcuni addirittura arrivavano già morti. Quando scendevano e vedevano quel cancello, quella scritta, forse qualcuno di loro ci credeva davvero. Forse pensava: se lavoro, se mi comporto bene, se resisto, potrò tornare a casa. Il nazismo usava queste briciole di speranza come strumento: la alimentava il tempo necessario perché tutto funzionasse senza resistenza, e poi la spegneva.
Questa è l'emozione principale che ho provato davanti a quel cancello: una rabbia sorda per l'inganno. Non tanto, o non solo, per la violenza, che è una categoria così grande che la mia mente fatica a contenerla. Ma per il modo in cui quella violenza veniva mascherata, giustificata, resa quasi ordinaria attraverso le parole. Il regime nazista era ossessionato dal linguaggio. Chiamava lo sterminio "soluzione finale", chiamava le deportazioni "trasferimenti", e scriveva "il lavoro rende liberi" sopra un campo di concentramento. Le parole erano usate per distruggere la realtà, per far sembrare normale quello che normale non era in nessun modo.
All'interno del campo abbiamo visto i blocchi dove dormivano i prigionieri. Le guide ci hanno spiegato che in certi periodi, soprattutto nel 1944 quando le deportazioni raggiunsero il picco massimo, in ogni castello di legno dormivano anche quaranta o quarantacinque persone. Tre livelli di assi grezze, materassi di paglia, nessuno spazio per muoversi. Ho guardato quei letti e ho cercato di immaginare cosa significasse, la notte, in quel posto. Il freddo, il rumore, l'odore, la mancanza totale di privacy. Il letto è il luogo più privato che abbiamo, quello dove ci rilassiamo, dove sogniamo. Anche quello gli era stato tolto.
E poi c'è la cosa più difficile da scrivere, quella che durante la visita mi ha fatto venire voglia di uscire e prendere aria. Le testimonianze raccolte dai poveri testimoni sopravvissuti riportano episodi in cui le SS si intrattenevano usando i neonati ebrei come bersagli. Bambini strappati alle madri. Non riesco a trovare parole adeguate per commentare questo, e forse è giusto così. Alcune cose non hanno commento, né possono essere comprese fino in fondo. Posso solo dire che stare in quel luogo sapendo che queste cose sono accadute lì, su quella stessa ghiaia, dà una sensazione che non avevo mai provato prima. Non è solo tristezza o orrore. È qualcosa di più difficile da definire, qualcosa che assomiglia alla perdita di un'illusione: l'illusione che certi livelli di crudeltà appartengano alla fantasia, non alla storia reale.
Sono uscito dal cancello pensando a questa lettera capovolta. È un dettaglio piccolo, quasi invisibile. Ma forse è per questo che mi sembra importante: perché in un luogo costruito per cancellare ogni individualità, ogni traccia di persona, quella lettera sbagliata dice che qualcuno c'era. Che ha pensato. Che ha scelto, anche solo per un secondo, di non obbedire completamente.
Ritengo fermamente che l’importanza di visite guidate come questa non sia tanto di cercare, in qualche modo, di comprendere cos’è che spinge la natura umana a compiere atti crudeli come questi, perché non vi è alcuna chiara risposta. Il vero obiettivo che noi, in quanto generazione di futuri adulti, ricordiamo e soprattutto riflettiamo ogni giorno su ciò che abbiamo visto e sentito in quei giorni, per plasmare un domani in cui atti come questi vengano condannati e mai più commessi, perché è compito nostro decidere il destino del nostro mondo futuro.
Lorenzo Bortolussi, 5^AET
Oświęcim (Auschwitz I), 16 marzo
Siamo partiti con questo progetto "Memobus" con un misto di curiosità e incoscienza. In quinta superiore, tra l’esame di Stato che incombe, i progetti di laboratorio e l'ansia per il futuro, pensi di aver capito come gira il mondo.
Abbiamo studiato la Seconda Guerra Mondiale per anni, abbiamo guardato documentari in bianco e nero, abbiamo visto i grafici con i numeri dei morti. Ma a scuola i numeri sono astratti. Per noi che studiamo materie tecniche, i numeri sono parametri di un software di progettazione, sono cifre che la mente non riesce a visualizzare davvero. Auschwitz, invece, è tutto concreto, è fatto di cuoio logoro, di legno marcito, di ferro arrugginito e di nomi scritti col gesso.
Ho scattato due foto che non sono foto “belle”, sono molto pesanti e significative da riguardare. La prima è quella della montagna di scarpe. Eravamo lì, ammassati davanti a quella vetrata enorme, ho pensato, quasi per deformazione professionale: "Sembra un magazzino di ricambi, un inventario andato male, un deposito di materiali di scarto". Ma poi mi sono soffermato su una piccola scarpina rossa con il cinturino ancora allacciato. Era la scarpa di un bambino. Un bambino che quella mattina si era vestito, magari sbuffando perché non voleva mettersi le scarpe buone, forse aiutato dalla madre che lo rassicurava dicendo che il viaggio sarebbe finito presto. In quel momento ho capito la verità più atroce: quel mucchio di scarpe non era un accumulo casuale. Era il prodotto finale di una "catena di montaggio" della morte. Come studente tecnico, questa cosa mi ha gelato il sangue. qualcuno ha progettato quegli spazi, qualcuno ha calcolato i tempi di scarico dei vagoni, qualcuno ha ottimizzato i flussi per rendere lo sterminio efficiente. Erano ingegneri, architetti, tecnici come potremmo essere noi tra qualche anno,ma erano privi di anima, avevano messo il loro sapere al servizio del lato oscuro della società.
Poi c’è la seconda foto. Quella valigia scura con le scritte bianche: “S.L. Steinberg Ludwig”, ho fissato quel nome per minuti, ignorando il resto del gruppo che proseguiva lungo il corridoio del blocco, Ludwig aveva scritto il suo nome con cura, con una calligrafia chiara, perché lui credeva nella promessa che gli era stata fatta: “Scrivete il nome, così ritroverete i vostri bagagli dopo la doccia”. Questa probabilmente è una delle ultime frasi che Ludwig ha sentito nella sua vita. Una frase che dava tanta speranza, ma era solo una menzogna, l’ultimo inganno prima della morte. Vedere quella valigia lì, immobile, protetta da un vetro mentre il suo proprietario è diventato cenere dispersa nel vento della Polonia ottant'anni fa, mi ha fatto sentire un peso sul petto mai provato prima.
Mentre camminavamo tra i blocchi di mattoni rossi di Auschwitz I, e poi a Birkenau pensavo al silenzio che c’era in quei posti, un silenzio diverso e unico che solo lì si può percepire. Un silenzio che ti fa sentire che mancava qualcosa o qualcuno in quel posto, si sentiva l’assenza delle persone che dovrebbero essere lì ma non ci sono.
Mi guardavo intorno osservando il gruppo con cui ero, un gruppo che nei giorni scorsi era molto rumoroso e col sorriso stampato in faccia, in quelle ore non era cosi, eravamo tutti stranamente composti, nemmeno negli spostamenti nel bus si parlava più. C’era chi fissava il vuoto, chi usava il telefono a stento e chi ascoltava musica in solitaria.
Il Memobus non è solo un viaggio fisico attraverso l'Europa, è un viaggio dentro se stessi.
Andrea Benedet, 5BET
Oświęcim (Auschwitz I), 16 marzo
Il giorno in cui abbiamo visitato Auschwitz, siamo entrati prima ad Auschwitz I. Gli edifici che una volta erano usati dai nazisti oggi sono diventati un museo, e proprio dentro uno di questi ho vissuto uno dei momenti che mi ha colpito di più durante tutto il viaggio.
C’era una stanza, in particolare, che mi è rimasta davvero dentro. Quando sono entrato, la prima cosa che ho notato è stata il vuoto. Non c’erano oggetti, non c’erano colori, non c’era nulla che attirasse subito l’attenzione. Solo pareti completamente bianche. Era uno spazio semplice, quasi spoglio, ma proprio per questo si sentiva ancora di più.
La guida non ci ha solo spiegato la stanza, ma ci ha fatto fare proprio un percorso. Lungo le pareti, più o meno all’altezza della pancia, c’era una specie di linea fatta da piccoli segni. Da lontano sembravano niente di che, ma avvicinandosi si capiva cosa fossero davvero.
Erano disegni.
Disegni fatti da bambini.
Sembravano fatti a matita, con linee leggere, sottili, come se potessero cancellarsi da un momento all’altro. Però proprio questa cosa li rendeva ancora più forti. Ogni segno sembrava pesare, come se dentro ci fosse molto più di quello che si vedeva.
Girando lungo la stanza, mi fermavo davanti a quei disegni uno alla volta. Più li guardavo, più capivo che non erano semplici scarabocchi. Ognuno diceva qualcosa, e ogni volta diventava sempre più difficile non pensarci.
In particolare, uno mi è rimasto impresso.
Era un disegno semplice, come quelli che farebbe qualsiasi bambino. Linee poco precise, forme un po’ ingenue. Però non trasmetteva leggerezza. Non c’era spensieratezza, non c’era gioco. Era come fermo, come se fosse stato fatto senza libertà.
E lì ho iniziato a pensarci davvero. Un bambino, a quell’età, non dovrebbe nemmeno chiedersi cosa disegnare. Dovrebbe essere guidato verso la felicità, verso la fantasia. Almeno, per me è stato così. Io ho sempre vissuto il disegno come qualcosa di liberatorio. Un modo per esprimermi, per uscire un attimo dalla realtà, per creare qualcosa di mio.
Il foglio bianco, per me, è sempre stato libertà. Guardando quella stanza, invece, ho capito che per quei bambini il bianco non era libertà.
Era vuoto. Era tutto quello che avevano. Quei disegni non raccontavano storie inventate, non erano pieni di colori o movimento. Erano pieni di dolore. Parlavano di separazione, di famiglie distrutte, di paura. Cose che un bambino non dovrebbe nemmeno conoscere, figuriamoci disegnare.
E questa cosa mi ha fatto male.
Mi sono fermato e ho pensato: non è possibile. È qualcosa che non riesci nemmeno a immaginare davvero. Perché l’infanzia dovrebbe essere il momento più leggero della vita, quello senza pensieri pesanti, quello in cui vivi senza paura. E invece lì davanti avevo la prova del contrario. In quei disegni non c’era spensieratezza. Non c’era gioia. Non c’era futuro. E la cosa che mi ha colpito di più è stata proprio questa: sembrava che quei bambini non guardassero avanti. Non c’era speranza, non c’era attesa. Come se vivessero solo nel presente, un presente fatto di paura.
Non voglio nemmeno immaginare i loro occhi. Perché probabilmente non erano più occhi da bambini. Erano occhi che avevano visto troppo. Occhi che avevano perso una cosa che non dovrebbe mai essere tolta a nessuno: la possibilità di essere bambini. E tutto questo mi ha fatto riflettere anche sulla cattiveria. Non una cattiveria qualsiasi, ma una cattiveria così grande da cancellare dalla testa di un bambino cose fondamentali: la famiglia, la gioia, l’amicizia. Perché lì tutto poteva sparire da un momento all’altro. Una persona, un amico, un genitore.
E allora anche i legami diventavano fragili.
Guardando quei disegni, mi sono reso conto di quanto la mia infanzia sia stata diversa. Io ho avuto amici, momenti di divertimento, leggerezza. Ho potuto vivere senza pensieri, provare, sbagliare, creare. E soprattutto, ho potuto immaginare.
Per me il disegno è sempre stato un modo per uscire dalla realtà e crearne una nuova. Un modo per liberare la mente. E vedere che a quei bambini era stata tolta anche questa cosa mi ha fatto stare male.
Perché non è solo una questione di libertà fisica.
È qualcosa di più profondo.
È come se fosse stata tolta loro la possibilità di sognare.
E in quel momento mi sono sentito piccolo. Non nel senso che non valgo niente, ma nel senso che non riuscirò mai davvero a capire fino in fondo quello che hanno vissuto. Perché per quanto ci provi, non puoi immaginare cosa significa crescere senza gioia, senza sicurezza, senza futuro.
Quei disegni erano tutto quello che restava.
Piccoli segni su un muro bianco.
Eppure, proprio in quella semplicità, c’era una forza enorme. Perché nonostante tutto, qualcuno ha preso una matita e ha deciso di lasciare una traccia. Come per dire, anche senza parole: “io ci sono stato”.
E questa è la cosa che mi porto di più da quella stanza.
Non solo il dolore, non solo la tristezza, ma questa idea di lasciare una traccia. Che anche nelle situazioni peggiori, l’uomo cerca comunque un modo per esprimersi.
Uscendo da quella stanza, il bianco delle pareti mi è rimasto in testa più di tutto. Quel vuoto che in realtà diceva tantissimo.
E oggi, ripensandoci, mi rendo conto che quella stanza non era davvero vuota.
Era piena.
Piena della loro realtà, e di tutto quello che gli è stato tolto.
Luca Cossa, 5AET
Oświęcim (Auschwitz II - Birkenau), 16 marzo

La fotografia che ho scelto di descrivere rappresenta quello che, secondo me, ha contribuito più di tutto a rendere terribile e disumana la vita all’interno del campo di Birkenau. L’ho scattata perché osservando quel punto, non ho visto solo un semplice elemento del campo, ma qualcosa che racchiude una grande sofferenza, ovvero il filo spinato, simbolo della separazione e della solitudine vissuta dai deportati.
Nell’immagine si vede chiaramente il filo spinato che divideva due diverse zone del campo. In particolare, questo confine divideva intere famiglie, separando gli uomini dalle donne. Secondo me, questo è uno degli aspetti più crudeli della vita nei campi di concentramento e di sterminio perché non solo le persone venivano prese con la forza dalle loro case, ma venivano anche separate dai propri cari, senza poterli rivedere fino alla morte. Penso a quanto possa essere stato doloroso per un genitore essere diviso dal proprio figlio, o per un marito essere allontanato dalla moglie senza sapere se l’avrebbe mai più rivista viva.
Della fotografia, mi colpisce molto anche l’atmosfera: il cielo è grigio, il paesaggio è spoglio e tutto sembra freddo e vuoto. Questo mi ha fatto riflettere su quanto dovesse essere triste e opprimente vivere in un luogo del genere. I pali e il filo spinato danno l’idea di un sistema costruito apposta per controllare e impedire qualsiasi libertà. Anche le lampade sopra i pali mi hanno fatto pensare: probabilmente servivano per tenere tutto illuminato, in modo che nessuno potesse avvicinarsi o tentare di scappare. Tutto sembra organizzato per togliere ogni possibilità di scelta e per avere le persone deportate sempre sotto controllo.
Questa separazione non era solo fisica, ma anche emotiva. Secondo me, il fatto di non poter stare vicino alle persone più importanti della propria vita rendeva tutto ancora più difficile. In una situazione così dura, avere accanto qualcuno di familiare avrebbe potuto dare un po’ di forza e di speranza. Invece, i deportati erano costretti a vivere da soli, senza punti di riferimento, fino alla fine della loro vita. Questo mi fa capire quanto fosse disumano quel sistema, perché non colpiva solo il corpo delle persone, ma anche la loro psicologia e i loro sentimenti, che ormai non contavano più.
Un aspetto che mi ha fatto riflettere molto è il fatto che il filo spinato permetteva comunque di vedere dall’altra parte, come un “muro trasparente”. Questo lo rende ancora più crudele: le persone potevano vedere i propri cari, ma non potevano toccarli, parlarci liberamente o aiutarli davvero. Deve essere stato straziante vedere qualcuno che si ama soffrire senza poter fare nulla. Io penso che questa sia una delle forme di sofferenza più forti che una persona possa provare, perché riguarda i sentimenti più profondi.
Questa immagine mi ha fatto anche pensare a quanto fosse importante, per i deportati, riuscire a mantenere un legame con qualcuno, proprio come ci ha confermato la guida. Anche un semplice sguardo poteva avere un grande valore, perché ricordava loro che non erano completamente soli. Allo stesso tempo, però, questo poteva aumentare il dolore, perché rendeva ancora più evidente la distanza e l’impossibilità di stare insieme. È come se il filo spinato fosse allo stesso tempo un collegamento e una barriera: permetteva di vedere, ma impediva qualsiasi forma di contatto reale.
Durante la visita al campo, la guida che ci ha accompagnati ci ha spiegato molte cose che mi hanno colpito profondamente, attraverso racconti e testimonianze, per farci capire che quei luoghi, anche se oggi sembrano vuoti, in realtà sono pieni di storie da raccontare. Ogni metro del campo ha qualcosa da narrare.
Ricordo che, mentre camminavo lungo il campo, provavo una sensazione strana, come se stessi entrando in un luogo che meritava rispetto e silenzio. Non era un semplice spazio aperto, ma un posto in cui un milione e mezzo di persone avevano sofferto e perso la vita solo a causa della loro natura. Ho capito che non si trattava solo di imparare qualcosa di storico, ma di entrare in contatto con una realtà umana molto profonda.
In particolare, proprio questo filo spinato è stato collegato a una testimonianza che mi ha colpito più di tutte: quella di Sami Modiano, uno dei pochi sopravvissuti che ancora oggi racconta la sua esperienza. La guida ci ha indicato il punto preciso in cui è stata scattata la foto e ci ha spiegato che proprio lì, quando era ancora un bambino, Modiano si trovò vicino a sua sorella, separata da lui dal filo spinato.
In quel momento, fece un gesto semplice ma molto significativo: le lanciò un pezzo di pane per aiutarla a nutrirsi. Questo episodio mi ha colpito tantissimo, perché dimostra che, anche in un luogo così terribile, le persone riuscivano ancora a compiere gesti di amore e solidarietà. Nonostante tutto, non avevano perso completamente la loro umanità.
Pensando a questa testimonianza e guardando la fotografia provo emozioni ancora più forti. Quel filo spinato non rappresenta solo la divisione e la sofferenza, ma anche un piccolo gesto di speranza, anche se minimo, con il costante sentimento da parte dei deportati che inconsciamente speravano che prima o poi finisse. Mi fa capire che, anche nelle situazioni peggiori, le persone possono cercare di aiutarsi a vicenda, anche con solo un pezzo di pane, che in una situazione di quel tipo avrebbe potuto salvare una vita.
Questa esperienza mi ha fatto riflettere molto sull’importanza della memoria. Secondo me, visitare luoghi come Auschwitz e Birkenau è fondamentale, non solo per i giovani, ma anche per gli adulti, perché ci permette di capire davvero cosa è successo e di non dimenticarlo. Studiare queste cose sui libri è importante, ma vedere con i propri occhi quei luoghi è completamente diverso: ti fa capire molto di più e ti coinvolge anche a livello emotivo.
Inoltre, penso che ricordare sia anche una responsabilità. Le nuove generazioni devono conoscere questi eventi per evitare che possano ripetersi in futuro. La storia non deve essere vista solo come qualcosa di passato, ma come un insegnamento per il presente. Luoghi come questo ci fanno capire quanto sia importante rispettare gli altri e difendere i diritti umani.
In conclusione, questa fotografia del filo spinato non è solo un’immagine, ma una testimonianza molto forte. Rappresenta la sofferenza, la separazione e la perdita, ma anche la forza che i legami umani possono avere nei momenti peggiori. Riguardandola, ho capito quanto sia importante ricordare e quanto sia fondamentale difendere valori come la libertà e la dignità per ogni essere umano. Questa immagine e la testimonianza ad essa legata mi rimarranno impresse proprio perché riescono a raccontare qualcosa di molto profondo e importante che fa comprendere quanto cruente fossero le azioni dei soldati tedeschi.
Fochesato Alessandro, 5AET
Oświęcim (Auschwitz II - Birkenau), 16 marzo

Davanti a me si apriva una scena che, fino a quel momento, avevo visto solo nei libri di storia o nei documentari: i binari che si allungano verso l’uscita di Auschwitz-Birkenau. Due linee parallele, fredde, quasi immobili, che sembrano guidare lo sguardo direttamente sotto quella torre in mattoni, come se non ci fosse alternativa, come se tutto conducesse inevitabilmente lì.
Il cielo era grigio, uniforme, quasi pesante. Non c’era nulla di spettacolare o drammatico nel senso cinematografico del termine, e forse è proprio questo che colpisce di più: la normalità del paesaggio. Erba, ghiaia, legno consumato dal tempo. Eppure, proprio in quella apparente semplicità si nasconde un peso enorme, difficile da spiegare a parole.
Quei binari non sono semplicemente ferro e legno. Sono ciò che resta di un percorso che, durante la Seconda guerra mondiale, portava migliaia di persone verso un destino già scritto. Uomini, donne, bambini: persone con nomi, famiglie, sogni, che venivano caricati su treni spesso senza sapere davvero dove stessero andando. Per molti di loro, questo era l’ultimo viaggio.
Guardando quella prospettiva, mi è venuto spontaneo immaginare cosa potesse significare trovarsi su uno di quei vagoni. Il rumore delle ruote sul ferro, il buio, la paura, l’incertezza. Forse qualcuno cercava di rassicurare i propri figli, qualcuno pregava, qualcun altro sperava ancora che tutto quello fosse un errore. E poi, all’improvviso, l’arrivo: le porte che si aprono, le urla, gli ordini in una lingua spesso sconosciuta, la confusione.
Attraversare con lo sguardo quell’ingresso significa, in un certo senso, provare a fare un passo indietro nel tempo. Non è solo un luogo fisico, ma una soglia simbolica: da una parte la vita di prima, dall’altra qualcosa di completamente diverso, disumano. Superare quel punto voleva dire entrare in un sistema costruito per annullare l’identità delle persone, per ridurle a numeri.

Nella seconda immagine, i binari sono ancora più vicini, quasi a livello degli occhi. Si vedono i dettagli: il legno consumato, il metallo arrugginito, le pietre sparse. E su quei binari, alcuni piccoli sassi appoggiati e dei fiori chiari. Un gesto semplice, silenzioso, ma pieno di significato. È come se chi li ha lasciati volesse dire: “Io sono stato qui, io ricordo”.
Quel gesto mi ha fatto riflettere molto. In un luogo dove tutto era stato progettato per cancellare le persone, oggi qualcuno torna per ricordarle. È una forma di resistenza alla dimenticanza. Perché il rischio più grande, col passare del tempo, è proprio quello: dimenticare, rendere tutto distante, quasi irreale.
Camminando idealmente lungo quei binari, ho avuto la sensazione che il silenzio fosse la cosa più forte. Non un silenzio vuoto, ma pieno di significati, quasi pesante. Un silenzio che obbliga a pensare. Non c’è bisogno di rumore o di parole quando un luogo parla da solo in modo così evidente.
Dal punto di vista storico, Auschwitz-Birkenau rappresenta uno dei simboli più forti della Shoah, lo sterminio sistematico di milioni di ebrei e di altre minoranze perseguitate dal regime nazista. Birkenau, in particolare, era il campo di sterminio: il luogo in cui arrivavano i convogli e dove avveniva la selezione tra chi veniva destinato al lavoro forzato e chi, invece, veniva mandato direttamente alla morte.
Pensare che tutto questo sia realmente accaduto, in un passato non così lontano, è difficile da accettare. Non si tratta di un racconto antico o di una leggenda: sono fatti storici documentati, vissuti da persone reali. Ed è proprio questo che rende l’esperienza ancora più forte.
Guardando quelle immagini, mi sono reso conto che non stavo semplicemente osservando un luogo storico, ma stavo entrando in contatto con una memoria collettiva. Una memoria che non appartiene solo al passato, ma che continua a parlarci nel presente. Ci invita a riflettere su ciò che l’uomo è stato capace di fare, ma anche su ciò che potrebbe accadere di nuovo se si dimentica.
Forse la sensazione più difficile da descrivere è proprio quella di impotenza. Sapere che, in quel punto preciso, sono passate migliaia di persone che non hanno avuto possibilità di scelta, che sono state private di tutto, anche della propria dignità. E noi, oggi, possiamo solo immaginare, cercare di capire, ma non potremo mai vivere davvero ciò che hanno vissuto loro.
Eppure, proprio per questo, abbiamo una responsabilità. Visitare luoghi come questo, partecipare a progetti come il viaggio della memoria, non è solo un’attività scolastica: è un modo per mantenere viva la consapevolezza. Per evitare che tutto questo venga ridotto a poche righe su un libro.
Quelle rotaie, che una volta rappresentavano la fine di tutto, oggi possono diventare un punto di partenza. Un punto da cui iniziare a riflettere, a porsi domande, a sviluppare un senso critico. Perché la storia non serve solo a ricordare ciò che è stato, ma anche a guidare le nostre scelte future.
Alla fine, quello che resta è un’immagine semplice ma potentissima: due linee parallele che si perdono all’orizzonte e una porta che segna un confine netto tra due mondi. Guardarle oggi significa fermarsi, anche solo per un momento, e riconoscere il peso di ciò che è accaduto. Significa ricordare che dietro ogni numero c’era una persona. E che quelle persone meritano, ancora oggi, di essere ricordate.
Gioele Tomassetti, 5BET
Oświęcim (Auschwitz II - Birkenau), 16 marzo

La fotografia che ho scattato ritrae un tratto di binario nel campo di concentramento di Birkenau. È un’immagine grezza: ferro arrugginito, ghiaia, legno consumato dal tempo. Su quel binario, però, non c’è solo il passato. C’è una rosa bianca già posata, lasciata da qualcun altro prima di me, e accanto un piccolo sasso dorato su un foglietto. Quel foglietto è il mio pensiero. È l’unico elemento che mi appartiene davvero in quella scena. Tra tutti i dettagli della fotografia, voglio soffermarmi proprio su questo: il foglietto che ho lasciato.
La rosa non è mia. È arrivata prima di me, come se fosse già parte del luogo, come se qualcuno avesse sentito lo stesso bisogno che ho sentito io: fermarsi, lasciare un segno, dire qualcosa senza parlare. Il fatto che non sia mia cambia completamente il modo in cui guardo la scena. Io non ho creato quell’immagine, mi ci sono inserito. Ho aggiunto qualcosa a un gesto già iniziato da qualcun altro.
Non so chi la abbia lasciata e neppure quando. Ma nel momento in cui ho deciso di lasciare il mio pensiero accanto a quel fiore, è come se avessi accettato un dialogo silenzioso. Un dialogo tra sconosciuti, uniti dallo stesso luogo e, probabilmente, da un’emozione simile. Il foglietto diventa così una connessione non solo con il passato, ma anche con gli altri, con chi è passato prima e con chi passerà dopo.
Birkenau è un luogo in cui l’individuo, il visitatore, sembra perdersi. I numeri, le cifre, la vastità della tragedia rischiano di schiacciarti. Eppure, proprio in mezzo a questa immensità, emergono piccoli gesti personali: una rosa, una pietra, un foglietto. Sono dettagli minimi, quasi invisibili, ma sono anche ciò che restituisce umanità a un luogo che è stato costruito per sopprimerla.
Il mio foglietto, in questo senso, è un tentativo di rendersi presenti.
Scrivere quel pensiero è stato come dire: “Io sono qui, vedo, ricordo.” Non è un gesto eroico, non è qualcosa di grande. È piccolo, fragile, come il foglio stesso. Ma proprio per questo lo ritengo autentico. Guardando la fotografia, mi colpisce il contrasto tra ciò che è opera mia e ciò che non lo è.
Il binario non è mio. La rosa neanche. La storia che quel luogo porta con sé non è mia. Eppure, in qualche modo, mi riguarda. Non posso appropriarmene, non posso comprenderla fino in fondo, ma posso entrarci in relazione. Il foglietto è il punto in cui questa relazione diventa concreta. È il punto in cui il mio presente incontra quel passato.
Ed è così che il foglietto porta una sensazione complessa: una forma di rispetto misto a impotenza.
C’è rispetto, perché quel luogo impone silenzio, attenzione, consapevolezza. Non è un posto in cui si può essere superficiali. Ma c’è anche impotenza, perché nessun gesto, nessuna parola, può davvero essere all’altezza di ciò che è accaduto. Il foglietto sta lì, piccolo e leggero, su un pezzo di ferro che ha visto passare l’orrore. È inevitabilmente inadeguato. Eppure, è necessario.
La presenza della rosa, lasciata da qualcun altro, rende forte questa sensazione.
Se fosse stata mia, sarebbe stata un gesto chiuso, completo. Invece, così, è aperto. È incompleto. È come una frase iniziata da qualcuno e continuata da qualcun altro. La rosa diventa il segno di un’emozione già espressa, il mio foglietto quello di un’emozione che si aggiunge. Insieme, creano una catena di significati, una sorta di memoria condivisa, assemblata da gesti anonimi.
Il sassolino, appoggiato sopra il foglietto, ha una funzione diversa. A differenza del foglio, che può volare via, il sasso pesa. Tiene fermo. È un oggetto semplice ma in un certo senso è ciò che impedisce al mio pensiero di scomparire subito. Ma è anche qualcosa di più: richiama l’idea di permanenza, di memoria che resta. Accanto alla fragilità del foglietto, introduce una dimensione più stabile, più duratura. Eppure, anche il sasso centra luogo.
Tutto, in quella fotografia, è piccolo rispetto ai binari. E forse è proprio questo il punto. Non si tratta di competere con la grandezza della storia, ma di riconoscere la propria misura. Il foglietto non pretende di spiegare, di raccontare, di rappresentare. Esiste, e basta è un gesto.
Se penso alla sensazione che questa fotografia mi restituisce, è una forma di silenzio pieno. Non è un silenzio vuoto, ma un silenzio carico di significato. Un silenzio in cui ogni dettaglio parla senza bisogno di parole. Il mio pensiero scritto, paradossalmente, fa parte di questo silenzio. Non lo rompe, lo accompagna.
In un certo senso, il foglietto è anche un limite, perché rappresenta il punto oltre il quale non si può andare. Le parole si fermano lì. Non possono entrare davvero in ciò che è stato. Possono solo restare sopra, appoggiate sul ferro. E forse è giusto così. Ci sono luoghi in cui capire tutto non è possibile, e forse neanche necessario. Ciò che conta è riconoscere, ricordare, non dimenticare.
Capire quello che è stato fatto vorrebbe dire essere in grado di trovare una spiegazione, che invece non esiste.
La fotografia, allora, diventa il modo per fissare un momento in cui il passato e il presente si incontrano, in cui un gesto anonimo (la rosa) incontra un gesto personale (il mio foglietto), in cui una memoria condivisa si intreccia con una individuale.
E forse, alla fine, è proprio questo il senso più profondo di questa scena.
Non spiegare, non raccontare tutto, ma esserci. Lasciare un segno, anche piccolo. Sapendo che potrebbe scomparire, ma scegliendo comunque di farlo.
Thomas Carpenè, 5AET

